venerdì 27 marzo 2009

Riflessioni sul mondo anticult

Voglio qui riprendere uno spunto lanciato da Pietro Bono nel suo secondo blog Step by step.

In questi mesi, a partire dalle vicende che hanno coinvolto Arkéon, si è sviluppato un intenso dibattito nel e sul mondo anticult italiano. Per chi volesse “riavvolgere il nastro” dedicandoci un’oretta di tempo, molte informazioni si possono trovare nei pochi interventi presenti sul blog di Pietro Bono, su quello della d.ssa DiMarzio, sul blog di Covilt, nonché alla voce “Perché è caduto Allarme Scierntology” del newsgroup di Firs.

L’insieme di queste testimonianze rappresentano un quadro desolante, caratterizzato prevalentemente da forte litigiosità e aggressività, mancanza di effettivo spessore accademico e professionale, omertà ambientale.

Una rapida scorsa ai blog indicati evidenzia come i pochi protagonisti della scena anticult italiana abbiano spesso condiviso un pezzo iniziale del proprio percorso di servizio o di formazione, come nel caso di Radoani, Caparesi e Santovecchi che hanno collaborato con la Tinelli e il Cesap, la Tinelli che a sua volta ha collaborato a suo tempo con il Gris, etc etc. In un ambiente povero di mezzi e persone, ciò avrebbe dovuto favorire la crescita per aggregazione al fine di mettere insieme forze, mezzi ed esperienze. Viceversa i protagonisti del settore continuano a operare in strutture minimali, poco più che monopersonali, spendendo tante energie in lunghe e a tratti violente liti interne all’ambiente anticult, come nel caso esemplare degli scontri che hanno opposto in rete e talora anche in sede giudiziale la Tinelli e diverse sue ex collaboratrici.

A prima vista i toni e i modi di questi scontri farebbero derubricare il tutto alla voce “beghe personali”. Ma sarebbe un errore, come dimostra chiaramente il violento ostracismo che ha colpito in diversi momenti persone che hanno cercato di mettere in discussione dall’interno l’ambiente stesso su questioni di metodo, di competenza, di approccio ai problemi: esemplari sono i casi della DiMarzio e di Martini. Queste persone sono state ignorate e criticate dall’ambiente anticult per aver messo in discussione non tanto i concetti di plagio, lavaggio del cervello o settarismo, ma la loro applicazione semplicistica e aprioristica, in assenza di una conoscenza diretta delle persone e dei gruppi oggetto di tali accuse. Addirittura l’aver preso contatti con sostenitori di posizioni diverse come il Cesnur in Italia alla ricerca di strumenti e confronti ha reso le due studiose oggetto di accusa di “apostasia” da parte dell’ambiente di provenienza.

Questo fatto suggerisce che la conflittualità dell’ambiente anticult non è un problema di “beghe interne” e di “panni sporchi da lavare in famiglia”, come qualcuno ha inteso dire su Firs, bensì è un problema strutturale di incapacità di confronto con posizioni diverse dalle proprie. Incapacità custodita dall’assenza di un codice di autoregolamentazione, di un’associazione di categoria, di una scuola di formazione o insomma di qualsiasi elemento che garantisca una possibilità di confronto, trasparenza ed evoluzione.

La domanda che mi e vi pongo allora è questa: un ambiente che non sa confrontarsi internamente su posizioni diverse in merito al plagio, al lavaggio mentale, al concetto di setta; che non sa dibattere sull’opportunità e sulle modalità per dialogare non solo con le vittime delle sette ma anche con i membri delle sette; che tratta con dileggio e disprezzo l’approfondimento scientifico e culturale della materia; che aggredisce pubblicamente e giudizialmente chi prova a “dialogare col nemico”…un simile ambiente che garanzie dà di lucidità e imparzialità nel trattare i casi che le vengono sottoposti? che garanzie dà di operare per la verità e non per la ricerca del colpevole a tutti i costi; che garanzie dà di promuovere la pacificazione interiore delle vittime e non la loro strumentale esasperazione? Se poi si considera che questi soggetti sono gli unici interlocutori dell’autorità di polizia e giudiziaria nel gestire segnalazioni e denunce, possiamo ben capire i rischi celati dietro tutto ciò.

Nell’aprire questo mio blog scrivevo che non posso conoscere l’altro se non conosco prima me stesso. E scrivevo che inevitabilmente il tentativo di ciascuno di esplorare se stesso percorrendo vie diverse da quelle già battute incontra una resistenza da parte dell’ambiente di provenienza, che nel nostro cercare vede messe allo specchio tutte le proprie paure e rinunce. Questo mi sembra quanto mai vero per questo mondo anticult, che più che altri è rimasto un mondo di individui proprio per l’incapacità di superare se stessi in una dimensione collettiva; che sembra proiettare sul mondo le proprie ansie, le proprie modalità manipolative e settarie, la propria incapacità di agire alla luce del sole.

Tutto ciò è stato un doloroso ma utilissimo percorso di apprendimento per chi lo ha voluto accogliere. Spero solo che tra questi ci voglia essere anche qualcuno di questo mondo anticult.

3 commenti:

  1. Ciao Klee,
    ho seguito con interesse, nel tempo, i riferimenti che citi. Condivido quello che dici; ma, come hanno scritto altri, quello che lascia perplessi è che le istituzioni possano ritenere credibili queste associazioni e che, di conseguenza, queste, con la loro retorica, finiscano per incidere pesantemente sulla vita delle persone. Con tutto il rispetto per le persone migliori dell'ambiente e la simpatia per chi è stato vittima di aggressioni intestine finalmente esposte sul Covilt (perché la mia impressione è che anche in quell'ambiente ci sia chi aggredisce e chi subisce), non credo che siano all'altezza di essere prese sul serio. Si può condividere o meno il Cesnur, ma la qualità intellettuale e razionale è percettibilmente di tutt'altro livello. Ma io mi domando se degli anti-cult (anche qui ripetendo cose già lette) c'è bisogno: forse sono solo ignorante, ma continuo a pensare alla frase di Voltaire letta chissà dove: le streghe hanno smesso di esistere quando abbiamo smesso di bruciarle. Non sarà lo stesso per molte delle sette, o almeno per l'approccio ad esse (il rogo)?
    Ciao
    S&P
    PS: tanto per ribadirlo Arkeon non è mai stata una setta e quindi ritengo sempre il discorso marginale

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  2. Caro Suderepioggia, la vedo come te. Una rapida scorsa ai tanti gruppi "oggetto di attenzione", dai TdG ai Neocatecumenali, non hanno nulla della setta, concetto che sembra ridursi al "sono strani secondo me".
    Paradossalmente, anzi, se una funzione i gruppi anticult dovrebbero avere è quella di interlocutori delle famiglie delle persone interessate, per aiutarle a comprendere che una libera scelta per quanto discutibile è libera. O di interlocutori delle autorità di polizia, per aiutarle a comprendere la stessa cosa. Invece stiamo sull'orizzonte opposto.

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  3. Klee, ti segnalo che da oggi è online il mio blog, che raccoglie i miei diversi interventi in rete negli anni
    http://riflessioni-su-arkeon.blogspot.com/

    cosimo

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