sabato 14 novembre 2009

Arkeon e Gianni Leone: il giornalismo "de noantri"

Sul Caso Arkeon fino ad oggi si sono espresse e ancora si esprimono le voci più diverse: presunte vittime, presunti colpevoli, testimoni, presunte vittime di altre presunte sette, studiosi e presunti studiosi di fenomeni settari e religiosi, osservatori terzi, giornalisti. A questi recentemente si è aggiunta una nuova voce, appartenente si direbbe all’ultima categoria: il signor Gianni Leone della testata "MondoRaro".

Devo ammettere che, non avendolo prima mai sentito nominare, ho cominciato a conoscerlo solo da quando ha cominciato a scrivere di Arkeon.

Gianni Leone è intervenuto una prima volta con un articolo sulla "psicosetta" Arkeon, che in effetti non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si sapeva: una lunga introduzione sul concetto di psicosetta (abbastanza vaga e inconsistente), seguita dalla dichiarazione di un’opinione personale certamente interessante (“secondo la mia opinione Arkeon è una psico-setta”) ancorchè non suffragata da alcuna argomentazione, per finire con il riepilogo di una notizia (il rinvio a giudizio di 10 persone di Arkeon) vecchia di un mese e mezzo (in effetti non riporta nemmeno la data degli eventi).

Una seconda volta è intervenuto con un articolo sulla richiesta di rinvio a giudizio di un maestro di Arkeon accusato di stupro (“Sembra proprio che i guai per la setta “The Sacred path”, che promuoveva il “metodo Arkeon” siano lontani dall’avere una soluzione. Il pm di Milano Giovanni Polizzi ha chiesto il rinvio a giudizio del “maestro” xxxxx di 67 anni, accusato di aver violentato due donne”). La notizia, per come è riportata, fa sembrare che si tratti dell’ennesimo maestro beccato con le mani nel sacco, ultimo capitolo di una squallida vicenda. Peccato che:
  • l'accusa (e non è dettaglio di poco conto) sia violenza privata e non stupro;
  • la notizia sia anche più vecchia della precedente (risale addirittura al luglio 2009, più di quattro mesi fa);
  • il maestro non sia l’ennesimo chiamato in causa bensì il primo chiamato in causa dalla famosa testimone apparsa in tutte le trasmissioni TV, quello da cui tutto è seguito;

Ma soprattutto peccato che Leone non riporti la notizia più importante contenuta nelle ANSA originali...cioè che:

  • le accuse riguardavano solo quel maestro;
  • le accuse riguardavano solo due eventi puntuali;
  • tali eventi sono avvenuti non in un seminario ma nella sua dimora privata

Fattori, questi, che dimostrano come i fatti in questione non riguardino né “i maestri di Arkeon” nè “il metodo Arkeon”, bensì solo i comportamenti privati di una singola persona. Un fatto suffragato – e questa è l’ultima notizia che Leone dimentica – dallo stralcio della posizione di questo maestro dal più ampio processo contro gli altri maestri di Arkeon indagati. La notizia quindi conferma esattamente ciò che da anni andiamo ripetendo in tanti (i comportamenti di quel maestro non riguardano il gruppo, ne sono anzi un tradimento) e il contrario della tesi suggerita dal Cesap e apparentemente fatta propria da Leone.

Una terza (e per ora ultima) volta Leone è intervenuto pubblicando la lettera di un’allieva di Arkeon soddisfatta. Lettera alla quale, dopo una prima risposta cordiale che non entra nel merito, segue un vivace scambio di commenti postati sulla pagine internet del giornale con la blogger Fioridarancio. Anche in questo caso Leone dimostra di non essere molto aggiornato sui fatti (cita la chiusura del sito di Raffaella DiMarzio, avvenuta nel marzo 2008, sbagliandone il nome in Patrizia, ma soprattutto dimenticando di citarne la riapertura nell’aprile 2008, ben 19 mesi fa). Il dibattito si conclude infine con un interrogatorio abbastanza surreale di Leone a Fioridarancio (“Lei è per caso la moglie del fondatore di Arkeon?... lei è Patrizia Di Marzio? lei è una adepta o un adetpo di Arkeon?”).

E’ curioso notare che il dibattito non si conclude per esaurimento, nè per una censura, ma in quanto a causa di “un problema al software sono misteriosamente spariti circa 40 commenti postati dagli utenti e dalla redazione. Ci scusiamo per il disagio, ma non sappiamo dare una spiegazione a questa “misteriosa” sparizione, che ha “colpito” anche la redazione”. Leone definisce la sparizione “misteriosa” (suo il virgolettato), alludendo (credo) all’ipotesi che qualcuno di Arkeon fosse interessato alla sparizione di un dibattito sgradito. In effetti la sparizione appare misteriorsa, ma più che altro perché uno penserebbe che un giornale abbia un back up del sito da cui recuperare i post (ce l’ho persino io su questo bloggetto artigianale). In ogni caso per fortuna qualcuno di Arkeon (Pietro) ha salvato e ripubblicato i post sul proprio blog: siamo quindi convinti che il fatto che i post manchino da diversi giorni sia solo una questione di ritardi tecnici e non certo di censura di alcun tipo.

Bisogna dire che alcuni dubbi in tal senso (censuretta) potrebbero sorgere a vedere la politica di trasparenza adottata da Leone: dopo aver asserito il principio “libertà di postare anonimamente da parte degli utenti. Libertà di non rispondere da parte mia”, dice a Fioridarancio che “o lei si qualifica oppure non le verrà più consentito postare commenti”; sceglie di cancellare i link postati sul suo giornale dai sostenitori di Arkeon (“la redazione ha deciso di oscurare, tutti quei link immessi dagli utenti, che portano a siti che promuovono il metodo incriminato”) quasi fosse un esponente del mondo antisette o un membro della digos e non un giornalista che riporta le informazioni, magari per smontarle (per esempio sul sito il caso arkeon il sito del cesap è linkato in diversi punti!).

Si potrebbe anche pensare che tale atteggiamento nasca da un pregiudizio di Leone contro Arkeon, un’indisponibilità a priori a valutare l’ipotesi che ci possa un pezzo della verità che non è nelle carte della Digos e che ancora lui non conosce…ma come pensarlo quando Leoni si limita a contestare “…le diarree mentali di un gruppo settario e per giunta sotto processo” e ribadisce che “I miei giudizi si basano su denunce e documenti e non su stronzate e deliri vari come quelli proposti dal “metodo Arkeon”?!

Comunque, a tirar le fila, pur non condividendo le idee di Gianni Leone, non trovo che nei suoi confronti si possano dire cose più gravi che non l’essere una persona dai modi sgarbati e un giornalista dalle informazioni poco aggiornate e poco interessato a vagliarle. Certo c’è una questione seria ancora aperta: se cioè almeno quelle informazioni che dice avere (ancorchè parziali) davvero le ha o le millanta soltanto. Mi riferisco a quando asserisce “ho copia della relazione della digos del 2008 e altri documenti. Quindi parlo con documenti alla mano…giornalisticamente parlando, saranno i lettori a formarsi un’opinione; anche dopo che pubblicherò il prossimo articolo su Arkeon, spiegando maggiormente…”. Speriamo che quell’articolo e quelle informazioni finalmente escano, se no si potrebbe pensare che Leone pubblichi informazioni datate perché – non avendo informazioni proprie – debba aspettare di leggerle dai giornali degli altri. Come si diceva …la loro opinione!

giovedì 5 novembre 2009

La loro opinione

Oggi ho trovato in rete un giornale online che pubblica un articolo critico su Arkeon. Lo cito non perchè lo trovi particolarmente rilevante, nel bene o nel male, ma perchè mi sembra un ottimo esempio di quel giornalismo per sentito dire che impazza in rete. Riporto qui lo scambio intervenuto col giornalista.
Per chi fosse interessato segnalo, sullo stesso magazine, un altro intervento - a mio dire delirante - sui testimoni di Geova, in cui vi invito a leggere lo scambio con altri lettori. Noterete che l'argomento del giornalista nel rispondere alle critiche è sempre lo stesso: "non faccamo paragoni che mostrino le incoerenze di ciò che dico".
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KLEE.
Salve

Nel suo articolo lei fa una lunga introduzione sul concetto di psicosetta “per arrivare a dire, che secondo la mia opinione Arkeon è una psico-setta, controversa e sicuramente con qualcosa di poco chiaro, datosi che è stata ed è oggetto di indagine”.

Mi sembra, tuttavia, che la sua definizione di psicosetta sia piuttosto confusa. I concetti che lei afferma essere due elementi standard delle psicosette (l’indottrinamento e l’isolamento) sono infatti definiti in modo talmente vago che potrebberso adattarsi perfettamente (ad esempio) alla conversione dei santi e alla vita di clausura:
1) indottrinamento: “distacco totale dai vecchi valori (S.Francesco che rinnega la ricchezza e la carriera d’armi); sottoposizione a metodi e letture di difficile comprensione (ha mai letto l’apocalisse di S.Giovanni?); incoraggiamento al rispetto della gerarchia e dell’obbedienza, della fedeltà , adeguento alle regole della congrega (ca va sans dire!)”.
2) isolamento: “sradicamento del soggetto dal contesto famigliare (pensi alle monache di clausura); rimuovere la propria privacy e “confidarsi” con gli altri adepti (pensi alle monache di clausura); in qualche psico-setta poi vi è anche una dipendenza finanziaria (pensi alle monache di clausura).

Inoltre, quando anche si condividesse la sua definizione di psicosetta, essa sembra pensata sul caso Scientology, mentre sembra adattarsi molto poco al caso Arkeon che lei porta ad esempio. E’ arduo comprendere infatti quale possa essere l’isolamento in un percorso basato non su una comunità, ma su seminari di due giorni che si tengono 3 o 4 volte l’anno (quanto all’indottrinamento mi sono già espresso).

Tutto ciò mi spinge a credere che quella che lei chiama “la sua opinione” sul caso arkeon non sia basata su una conoscenza diretta di Arkeon, ma più probabilmente su fonti indirette: probabilmente ciò che viene riportato da articoli di altri giornalisti o pareri di alcuni “studiosi” (per altro parte in causa nella vicenda Arkeon). Cioè la sua opinione sarebbe in effetti la loro opinione.

Forse ha letto anche gli atti giudiziari del rinvio a giudizio degli indagati di Arkeon e magari alcune testimonianze delle presunte vittime. Anche se questi vengono di solito chiamati fatti, in effetti non lo sono: un rinvio dice solo che l’accusa crede ci sia un reato e le testimonianze dicono solo che il testimone afferma delle cose…purtroppo la cronaca giudiziaria è piena di PM che prendono cantonate e di testimoni confusi o che dicono il falso. Si può parlare di fatti quando si arriva alla fine di un processo. E anche allora si parla solo di verità giudiziaria.

Molti giornalisti, nei tre anni intercorsi dall’inizio di questa vicenda, si sono messi in fila a spiegare a chi era venuto prima che cosa sono le psicosette e cosa avevano capito di Arkeon. Giornalisti di primo piano e giornalisti della domenica. Se volesse produrre un contributo diverso e non semplicemente accodarsi, potrebbe provare a cercare riscontri anche dalla controparte. Perché il punto non è se le sette o le psiscosette esistano: è se l’idea astratta che ce ne siamo fatti c’entri qualcosa con le singole realtà che ci capitano davanti agli occhi e che magari sembrano assomigliargli. Nel caso la rinvio alla lettura del sito http://ilcasoarkeon.wordpress.com/


GIORNALISTA
Salve,
i miei articoli li firmo e metto anche la faccia. Lei contesta le mie opinioni rimanendo anonimo. Legittima scelta sia ben chiaro, però se oggetto della critica è ciò che scrivo, si dovrebbe presentare, almeno per una forma di cortesia…
Sinceramente il suo intervento retorico e fine a se stesso, inoltre non vedo perché lei debba fare un paragone tra Arkeon, Scientology e la Chiesa. Sono tre cose distinte e trovo inappropriato il confronto. Per quanto sia dichiaratamente in polemica con Scientology NON ho mai fatto nessun confronto con altri gruppi, congreghe o comunità religiose.
In questo articolo si parla di Arkeon. Se interviene sull’argomento non ci sono problemi, se continua a fare paragoni inappropriati, i suoi commenti non verranno pubblicati.

Cosa vuole che le dica? Lei è libero di rimanere anonimo e di criticare i miei articoli. Però se vuole una risposta dal sottoscritto in merito alle sue affermazioni, deve presentarsi.
Cordiali saluti.

KLEE
Il mio non è un intervento retorico. Le chiedo se – nel momento in cui afferma di essersi fatto un’opinione e in cui scrive su una testata pubblica questa sua opinione – possa chiarirmi su quale base si sia fatta tale opinione. Perchè da ciò che dice traspare che verosimilmente lei non ha una conoscenza diretta ma solo indiretta di ciò di cui scrive. E allora vorrei capire se le sue fonti indirette sono la stampa (io dico che lui dice che essi dicono…) o se ha consultato qualche documento.

Direi invece che IL SUO è un articolo retorico. Fa affermazioni, come quelle già riportate, talmente vaghe da potersi attagliare alle situazioni più disparate. E quando le si riportano alcuni esempi terzi che APPUNTO non dovrebbero centrare niente ma che rientrano benissimo nelle sue definizione, per evidenziarne la genericità, lei dice che non è pertinente. Se non condivide nel merito, mi risponda nel merito.

http://klee2009.blogspot.com

lunedì 12 ottobre 2009

La famiglia, la comunità e Arkeon

“In un mondo in cui la maggior parte della gente fa un lavoro non solo insoddisfacente ma anche profondamente stressante, con tutte le sue pressioni; in un mondo in cui non c’è niente di più raro di un qualcosa che assomigli a una comunità, noi scarichiamo tutti i nostri bisogni su una relazione o ci aspettiamo che essi vengano soddisfatti dalla famiglia. E poi ci meravigliamo se la relazione e la famiglia si sfasciano sotto tanto peso (…) Per decine di migliaia di anni nessuna famiglia è mai stata autosufficiente. Ogni famiglia era un’unità funzionale, parte di una più ampia unità funzionale che era la comunità - la tribù o il villaggio. Le tribù e i villaggi erano autosufficienti, non la famiglia. E non solo tutti lavoravano insieme, ma giocavano, pregavano insieme, di modo che il peso della relazione, del significato, non era confinato alla famiglia, né tantomeno a una relazione romantica, ma era ripartito su tutta la comunità. Fino alla Rivoluzione industriale la famiglia è sempre esistita in quel contesto”.

Queste parole le scrivono J.Hillman (uno dei più grandi psicoterapeuti viventi) e M.Ventura (scrittore giornalista) nel loro libro intervista del 1992 “Cent’anni di psicanalisi…e il mondo va sempre peggio”.

Ma questo era anche e proprio il senso del lavoro collettivo in Arkeon. Quello che Pietro riassume benissimo nel suo ultimo bellissimo post quando dice: “Ma ciò che rendeva per me speciale questo lavoro era il fatto che le persone e le famiglie si permettevano di condividere con le altre presenti questa fragilità e questa bellezza. Riconoscendo tutto questo come un dono. E un dono ancora maggiore, quello di poterlo condividere. Così le cerimonie. Quella per le coppie di sussurrarsi, dirsi, a volte gridarsi tra le lacrime, l’amore in pubblico, vincendo un naturale e pudico imbarazzo, non aveva prezzo. E che dire di quei bimbi alzati al cielo, in segno di gratitudine alla vita, a Dio ed ai nostri familiari che a Lui sono tornati?”

Arkeon era soprattutto - almeno per me - quello spazio di intimità tra le persone che creava una comunità non di persone ma di anima. E ho rivisto le tante famiglie, coppie di sposi e genitori e figli e nonni, che in quello spazio potevano incontrare altre persone come loro che attraversavano i loro stessi problemi, mostrando loro talvolta una possibilità diversa di rispondere. Una pedagogia attraverso cui le persone imparavano per empatia il linguaggio dell’amore e della vita, così come i bimbi imparano il linguaggio delle parole per desiderio di condividere e per imitazione.

A questo ho pensato alcune settimane partecipando al matrimonio di un giovane cugino. Al termine di una cerimonia molto semplice e molto bella, il sacerdote ha chiamato sull’altare i quattro genitori degli sposi, spiegando che quel matrimonio si celebrava anche grazie a loro e chiedendo loro di lasciare il proprio messaggio ai novelli sposi. Nessuno se lo aspettava, men che meno i genitori. Le due madri, come spesso capita, hanno accolto la sfida e si sono permesse di aprire il proprio cuore con poche parole semplici di augurio e responsabilità: “noi abbiamo iniziato 40 anni fa…ora tocca a voi”. I padri, come spesso capita, hanno invece nascosto nel silenzio i propri sentimenti, frenati dall’imbarazzo.
Molti hanno criticato il sacerdote, perché non si deve mettere in imbarazzo la gente…e forse avevano anche ragione. Ma dal lato mio ho sentito la cosa diversamente. Ho sentito che il sacerdote aveva chiesto ai genitori di guardare non alla folla tra i banchi ma ai loro ragazzi sull’altare, a valutare non il giudizio della gente ma l’ingenuità dei propri figli ed ad esporsi per gli uni e per gli altri, per fare comunità attorno a loro, per dichiarare che due sposi non sono soli ma sono un anello di una lunga catena, che trascende la propria famiglia.
Ho sentito dolore per il silenzio di quei padri, che non hanno trovato il modo di parlare né a se stessi né ai propri figli.
E ho sentito la distruzione dell'esperienza dei seminari di Arkeon, grezzi e imperfetti com'erano, come uno sfregio alla vita e alle sue possibilità.

In questi anni mi sono spesso domandato come sia possibile che persone che hanno conosciuto tutto questo possano averlo …dimenticato? In questi giorni parlavo con un caro amico di lunga data che, indipendentemente da me e per altri cammini, approdò anni fa ad Arkeon, con un maestro diverso dal mio, restando affascinato da quest’esperienza. E che a seguito degli eventi intercorsi, senza rinnegare nulla di quanto fatto, ha però sviluppato una posizione che penso di poter definire più amareggiata che critica. Amareggiata non tanto per la natura del lavoro, quanto per le contraddizioni evidenziate dal suo maestro nel proprio modo di comportarsi nelle relazioni personali. Al termine di una lunga telefonata la sua frase conclusiva è stata “…e queste erano le persone che dovevano portarci da qualche parte?”.
Ciò che gli ho risposto, e che ho sempre pensato, è che nessuno portava nessuno da nessuna parte, ma che semplicemente ciascuno usava quell’esperienza per farsi il proprio percorso. E che, anzi, proprio “l’inadeguatezza” di alcuni maestri – come il suo – erano la prova che i risultati erano il frutti del lavoro degli allievi, non dei maestri. Riprendendo quella frase chiave del Vangelo citata ancora nel post di Pietro: “la loro fede li ha salvati…”. Nei seminari la si chiamava “affidamento” e anche se si diceva che era l’affidamento al maestro, questo non era che lo strumento…l’affidamento vero essendo quello alla vita. Il che non significa che i maestri non avessero un ruolo…ma significa che i frutti o l’assenza di frutti discendevano per ciascuno dalla propria scelta su di sé e che l’esperienza condivisa diventava quell’opportunità che ciascuno dava a sé e agli altri, potendo trascendere la propria storia personale, potendo decidere se vivere una vita all’ombra delle proprie eredità e delle relative giustificazioni o viverla alla luce di una possibilità futura da costruire, in cui il passato non è più una catena ma l’esperienza attraverso cui mi sono reso pronto al domani.

giovedì 24 settembre 2009

Il caso Moro

In questi giorni sulla stampa italiana sono usciti due articoli estremamente interessanti, inerenti il caso Moro.

Il primo, intitolato “Lo psicologo: Moro non era un pauroso”, è uscito su Avvenire e recensisce un libro dello psicologo Rocco Quaglia (“Due volte prigioniero. Un ritratto psicologico di Aldo Moro nei giorni del rapimento”, ed.Lindau) che rilegge le famose lettere dal carcere di Moro non in chiave storica o politica ma psicologica, per capire chi fosse il Moro prigioniero e quale fosse il senso delle sue lettere.
Per chi non avesse mai letto queste lettere, consiglio vivamente la lettura di un altro libro sulle lettere di Moro uscito un anno fa, “Lettere dalla prigionia” dello storico Miguel Gotor (ed. Einaudi) che tratta lo stesso tema in chiave squisitamente storica.

Il secondo, intitolato “'Io boss, cercai di salvare Moro”, è uscito su L’Espresso e riporta una scioccante intervista al pentito della 'ndrangheta Francesco Fonti (lo stesso che ha recentemente rivelato il caso delle navi di rifiuti nucleari affondate al largo delle coste del Sud Italia) che rivela come, su richiesta di parte della Democrazia cristiana, cercò la prigione di Aldo Moro durante il suo rapimento - entrando in contatto con il Sismi, la banda della Magliana, Cosa Nostra e addirittura il segretario Dc Benigno Zaccagnini - fino a quando gli fu chiesto di desistere perché “da Roma i politici hanno cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri”.

Queste tre fonti insieme rivelano un quadro tanto scioccante quanto accessibile agli occhi di tutti, non solo sul funzionamento della politica e della società italiana, ma anche e soprattutto sulle dinamiche di costruzione e/o distruzione di un uomo, di un progetto, di una storia.


L’introduzione al libro di Rocco Quaglia riportata nell’articolo (il libro ancora non l’ho letto) sviscera il modo in cui diversi esponenti politici di allora – e dietro loro input larga parte dell’opinione pubblica - abbiano letto le lettere di Moro in una chiave del tutto distorsiva. L’insistita richiesta di Moro allo Stato e alla DC di intavolare una trattativa per lo scambio di prigionieri è stata di volta in volta letta come frutto del cedimento dell’uomo al terrore della morte o del condizionamento psicologico dei carcerieri. Già il libro di Gotor metteva in luce che la richiesta di Moro era politicamente sensata, basata su ampi precedenti nella politica nazionale e internazionale e soprattutto sostenuta da un argomentare lucido, razionale e sottile come non mai, con ciò dissipando l’idea di un Moro “plagiato”. Gotor tuttavia, da storico serio e rigoroso, esplicitamente dice di non volersi addentrare in questo tema, non di sua competenza, ed altrettanto esplicitamente sceglie di non addentrarsi nella ricerca delle responsabilità della morte di Moro, per non aprire il sarcofago di tante teorie complottiste sulla recente storia d’Italia.

Ora la prima mancanza viene colmata dal libro di Quaglia che, ripercorrendo il contenuto e il tono delle lettere, conferma come la richiesta di salvezza di Moro non fosse animata dal terrore della propria morte, rispetto alla quale risulta anzi estremamente libero, ma dalla premura per quella famiglia di cui era perno centrale. Famiglia affettiva (moglie, figli e il nipotino Luca) e famiglia politica (una DC in grave difficoltà in quella fase). La sua non è una battaglia per la propria vita, ma per la vita della propria famiglia, del proprio paese e soprattutto per l’affermazione di quella civiltà politica e cristiana che non ha dubbi a mettere la sacralità della vita prima di una presunta e limacciosa “ragion di stato”.
In quel contesto matura il divorzio di Moro dal proprio partito, accusato non di tradire lui ma di tradire la propria anima e di non essere più né democratico né cristiano. E in quel contesto matura la risposta della DC che, messa pubblicamente a nudo dalle lettere di Moro, sceglie di mettere in discussione non se stessa ma il proprio accusatore, avvalorandone in tanti modi un’immagine di uomo piegato, plagiato, confuso e quindi delegittimandone la dignità e le parole. Moro non è più lui, non è più lo stesso uomo. “Questo intende il libro quando definisce Moro «due volte prigioniero»: delle Brigate Rosse e dell’immagine che di lui venne ostinatamente diffusa, vale a dire di una persona incapace di dominare l’emotività e preda dell’istinto di sopravvivere”.
Il libro di Gotor è concorde su questo punto e aggiunge che la distruzione politica e umana di Moro agli occhi del pubblico è stata una scelta politica esplicita e dolorosa dei vertici di allora, utile ad abbassare il valore di scambio di Moro nella trattativa con le Br per facilitarne la liberazione. Una scelta cinica e allucinante, invero, che non solo rendeva Moro un uomo morto (un ostaggio senza più valore non viene liberato ma ucciso), ma soprattutto rispondeva alle più profonde domande di Moro sull’anima dello Stato annientando la domanda e il suo latore.

Il passaggio che più mi ha colpito della ricostruzione di Quaglia è però questo:“Moro, dunque, si dichiarò «in piena lucidità e senza avere subito alcuna coercizione della persona». Protestò la sua completa padronanza di sé sia per favorire le trattative, sia per tranquillizzare la famiglia. La risposta del governo arrivò immediata e spietata: Moro è divenuto un altro, la prova è nella sua dichiarazione di sanità mentale”.

Questo è il passaggio chiave. Chi dice la verità, se la verità è inaccettabile, è semplicemente un folle. Il fatto che non lo riconosca è la dimostrazione che è folle. Così il cerchio si chiude, come un cappio, attorno alle possibilità di Moro di sopravvivere. Qualunque cosa lui dica non avrà valore. E con lui viene cancellato e reso inattendibile chiunque la pensi come lui, sia essa la famiglia, gli amici, i colleghi, tutti evidentemente intrappolati nell’istinto di protezione del proprio caro. E il messaggio diventa chiaro a chiunque attorno veda e capisca: “fatti i cazzi tuoi!”

Questo è – guarda caso – il consiglio dato al pentito di ‘ndrangheta che voleva salvare Moro, come riportato nel secondo articolo, che colma la seconda reticenza del libro di Gotor. In particolare esso conferma il sospetto, cui si allude nel libro di Gotor senza calcare troppo la mano, che Moro sia stato abbandonato e volontariamente sacrificato da una parte del mondo politico di allora su un altare di convenienze vaste. Il punto chiave è quando il pentito - chiamato dalla DC per aiutarli a trovare Moro, entrato per questo in contatto con il Sismi, la banda della Magliana, Cosa Nostra e addirittura il segretario Dc Benigno Zaccagnini- quando si reca dal suo contatto ai servizi segreti per indicare il covo di via Gradoli si sente dire appunto di desistere perché “da Roma i politici hanno cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri”. Che questa sia la situazione lo conferma la dichiarazione di un appuntato che collabora alle ricerche, secondo cui “Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto. In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare”. Certamente c’è stato qualcuno che ha voluto liberare Moro e probabilmente all’inizio non erano pochi…ma le cose sono cambiate quando Moro ha messo lo Stato e la DC di fronte al proprio vuoto, al simulacro di giustizia che interpretavano, quando in sostanza il bambino ha detto che il re è nudo. La loro sconfessione da parte di Moro è esplicita nelle stesse lettere di Moro, che preannuncia le proprie immediate dimissioni dalla DC.

Perché ho parlato di tutto questo?

Perché è un tema che personalmente mi interessa molto.

Perché è un tema importante per la vita collettiva nazionale.

E perché credo che sia sintomatico di come si possano manipolare e strumentalizzare l’opinione pubblica, sacrificando le persone, distorcendone le idee e distruggendone l’immagine, manipolando abusando e deviando il lavoro dei servitori dello Stato, allo scopo di far prevalere una tesi. Non intendo fare un paragone di livello ma di metodo, quando dico che un lavoro simile è stato fatto in questi tre anni nella vicenda Arkeon.

Quando leggo dell'accusa di plagio o connivenza mossa ai vari sostenitori convinti per quanto critici di Arkeon, non posso non pensare che funziona come quella stessa mossa a Moro di non essere più lui.

Quando leggo che la polizia aveva fatto "un primo sopralluogo in via Gradoli 96, perquisendo tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br, dove l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati", non posso non pensare alle dichiarazioni di quel dirigente della Procura di Bari che diceva di non poter infiltrare personale nei seminari di Arkeon per raccogliere prove effettive e conclusive delle accuse mosse.

Quando leggo che “Moro è divenuto un altro, la prova è nella sua dichiarazione di sanità mentale”, non posso non pensare alle argomentazioni del PM secondo cui il costituirsi di Arkeon come associazione registrata è la prova dell’associazione a delinquere. O alla terra bruciata che la Tinelli e i suoi affiliati hanno tentato di fare attorno a chi cerca di passare un’altra verità denunciando alla polizia i commentatori esterni (DiMarzio, Radoani, Martini), cercando di zittire chi parla in favore di Arkeon (la segnalazione al PM da parte della Tinelli di Fabia, la richiesta di intervenire a zittire i blog di Pietro e Cosimo) e provando a screditarli preventivamente presso terzi (basti l’intervento n° 22 sul blog di Risè che dice “Sudorepioggia, cosimo, pietro … sono tutti membri di Arkeon che sponsorizzano solo gli aspetti positivi, ribaltando volutamente la realtà”...senza neanche entarre nel merito).

Ma soprattutto non riesco a non pensare che come la distruzione politica e morale di Moro (che ha portato alla sua morte) è stata funzionale a sotterare con lui le domande che aveva posto alla DC e allo Stato dal carcere, allo stesso modo la distruzione giuridica (per ora solo tentata) e morale di Arkeon (che ha portato alla sua morte) è funzionale a proteggere un complesso di indagini svolto fino ad oggi a senso unico, senza mai sentire gli indagati, senza mai verificare l’esistenza dei movimenti finanziari che sarebbero dovuti derivare da questa presunta associazione a delinquere e che nivece non ci sono, senza mai verificare la credibilità di testimoni e consulenti discussi e discutibili.

Cui prodest, ognuno lo valuti da sé.

giovedì 10 settembre 2009

Il destino e la ricerca

Mi ha molto colpito, oggi, leggere il post di S&P sul destino di un uomo e poi quello di Raffaella Di Marzio sulla testimonianza di un uomo dal destino incredibile. In simultanea tra loro. E in sintonia coi pensieri che agitano questi miei ultimi mesi, in cui mi interrogo sul senso della mia vita.

Il senso che so darle? O quello che so accogliere?

Sono convinto che ciò che ho nel cuore ce l’ha messo Dio, per cui in astratto non c’è contraddizione. Ma in concreto? Nel cuore c’è anche tanta roba che non c’ha messo Dio ma a cui probabilmente tengo molto: desideri, ambizioni, paure, idee fisse. Possono entrare in conflitto?

E se poi capita, come capita, che la tua spinta – anche quella che venisse da Dio – ti porta apparentemente in un vicolo cieco? Se i tuoi desideri, i tuoi talenti, ciò che più intimamente senti di essere e di poter dare improvvisamente sembra esserti precluso? Dio fa anche questi scherzi! Certo, col senno di poi è tutto chiaro…ma prima? Ad Abramo chi glielo spiegava perché dovesse sacrificare Isacco?

Non è questione di voler fare la volontà di Dio perché si è bravi ragazzi. Né è questione di cercare di “ridurre il dolore” accettando i rovesci della vita. Chiunque abbia sperimentato anche solo una volta che la vita sa nascondere grandi rinascite dietro grandi sconfitte, al solo patto di saper “mollare la presa”, sa che è più semplicemente questione di essere in pace con se stessi e quindi con gli altri…di andare incontro alla vita per ciò che si è ma lasciandosene anche plasmare.

Mi colpiva molto quando S&P distingueva tra la maggior facilità di accettare le implicazioni del destino di padre e la difficoltà di accettare le implicazioni del destino di uomo. Forse, mi viene da pensare, perché il primo ti porta oltre te stesso e restituisce un senso più grande e più vero alle cose…mentre il primo in qualche modo si compie nella propria solitudine, nella sfida di conoscere se stessi trascendendo se stessi.

Non ho risposte per questo, non per me e quindi per nessuno.

L’unica cosa che so è che nella mia vita, quando ho toccato questi punti di “crisi”, ho sempre sentito di dover cercare dentro di me passando attraverso l’esperienza dell’altro, dell’incontro col diverso.
Questa, per me, era l’esperienza di Arkeon. Che veniva da prima di Arkeon. E che continua dopo.
E’ l’esperienza di essere umano. Di sollevare una domanda…e non deporla.

venerdì 24 luglio 2009

L'arte e la monnezza

(disattendo rapidamente il mio proposito di risentirci a settembre per una comunicazione veloce!)

Anni fa dissi a un caro amico che – pur intuendo che dovesse essere fondamentale - non riuscivo a capire in cosa si concretizzasse il compito del direttore d’orchestra nella musica classica, se c’erano gli spartiti. Lui mi fece sentire due versioni dello stesso pezzo (la Sinfonia n° 1 di Brahams, se non ricordo male).
E capii. Il giorno e la notte.

Mi è venuto da pensare a quell’episodio quando oggi ho letto su Repubblica.it un articolo su un’idea geniale del direttore della National Gallery di Londra: esporre in una mostra i tanti “falsi d’autore” comprati negli anni dal museo. “Dagli errori commessi nella storia s'impara sempre parecchio. E noi, dopo aver buttato al vento migliaia di sterline per comprare quadri falsi, abbiamo imparato a fare acquisti più oculati. Perciò mi piacerebbe che di opere realizzate da bravi falsari ne avessimo di più, poiché la National Gallery è il luogo dove sono esposti quadri sublimi ma anche dove si studia la storia dell'arte". Cosa di meglio che confrontare l’originale e la copia per capire lo stile, l’arte?

Poi mi è venuto da pensare al giorno in cui, guardando la mia vita, decisi di tirare fuori dalla mia cantina interiore i miei falsi e allestire una bella mostra in cui guardare tutto il rimosso della mia vita e magari imparare dagli errori. Era dieci anni fa, sto ancora finendo di scendere le scale della cantina! Certo non si vedono dei capolavori, anzi si trova roba che starebbe meglio in cantina...ma è il prezzo dell'arte!

E infine ho pensato alle tante persone che ho incontrato in questi dieci anni, che hanno fatto sostanzialmente la stessa scelta. Insieme avevamo prenotato la sala per la mostra la sala: si chiamava Arkeon. Anche lì ho visto tanta roba che si preferirebbe nascondere in cantina...ma per fare pulizia bisogna ben tirar fuori la monnezza.

martedì 21 luglio 2009

Buone ferie

Un po' di meritate ferie per tutti...
ci rivediamo a settembre!
Se nel frattempo volete, lasciate pure commenti: verranno moderati e pubblicati al mio ritorno a settembre.